Conversazione con Francesco Longo

Proseguiamo le nostre conversazioni con gli addetti ai lavori sul #coronavirus – questa volta con le riflessioni importanti del professor Francesco Longo, docente del Centro Ricerche sulla Gestione dell’Assistenza Sanitaria e Sociale dell’Università Bocconi e membro del Consiglio Superiore di Sanità, che spiega in che senso la sanità italiana è sottofinanziata, e quali siano i riflessi sociali delle scelte che si compiono in questo campo.

A Radio Anch’io su Migration Pact

Stamattina sono tornato sul #MigrationPact, questa volta in diretta a Radio Anch’io. Dobbiamo assolutamente evitare che diventi una grande occasione sprecata. Mancano molte cose. Non c’è un chiaro meccanismo di redistribuzione automatica. Non credo ci sia una proposta forte sul piano del rispetto dei diritti umani. I migranti sono persone in carne ed ossa. E si continua ad eludere un punto importante, quello dei migranti cosiddetti economici. Varebbe la pena di sperimentare canali di accesso legale anche per loro. Su questi terreni credo ci sia da fare tantissimo.

Primi passi della Commissione Speciale Ingerenze

Oggi, in commissione speciale INGE sulle ingerenze nei processi democratici in Europa, abbiamo eletto il nostro presidente, che sarà Raphaël Glucksmann dei Socialisti & Democratici. Cominceremo a lavorare già da domani. La commissione speciale avrà il compito di definire una strategia europea comune, trovare nuovi strumenti e soluzioni innovative, stabilire le responsabilità delle piattaforme social, migliorare la regolamentazione dei finanziamenti ai partiti politici e promuovere il giornalismo indipendente e i progetti di fact-checking. Qui, come capogruppo S&D in Commissione, insieme al presidente Glucksmann e alla Vicepresidente S&D Kati Piri, vi racconto un po’ su cosa lavoreremo.

A Radio Pop su Migration Pact

Sul Migration Pact mi aspettavo molto di più. Mi sembra un passo avanti che si sia finalmente tentato di realizzare un sistema condiviso fra tutti i paesi UE dopo tanta immobilità, ma da quanto abbiamo sentito oggi, alla dichiarata “solidarietà” non corrisponde affatto il coraggio che serve. Dovremo batterci in Parlamento perché i ricollocamenti siano obbligatori, perché i diritti umani vengano veramente rispettati, per il sostegno reale al soccorso in mare, e per la dignità dei migranti economici. Tutti punti che per adesso sono affrontati male, quando non addirittura rimossi. Ci faremo sentire. 
Questa mattina, mentre stavano emergendo i primi elementi del Patto, ne ho parlato un po’ a Radio Popolare.

Sulla commissione ingerenze

È per me un grande onore essere stato eletto oggi coordinatore del gruppo dei Socialisti e Democratici nella commissione speciale sulle ingerenze straniere nei processi democratici dell’Unione Europea. Nell’arco dei prossimi mesi la commissione lavorerà con grande determinazione per approfondire e ricostruire tutti quei momenti in cui i nostri processi democratici sono stati oggetto di interferenze esterne di vario tipo, come finanziamenti non trasparenti o strategie di disinformazione. Non solo dobbiamo far luce su quanto è avvenuto finora, ma dobbiamo dotarci degli strumenti per analizzare i rischi ancora in corso e proporre soluzioni forti. La nostra democrazia e la trasparenza dei suoi processi sono un bene preziosissimo che dobbiamo difendere. Non possiamo in alcun modo tollerare che cresca un legame perverso tra forze esterne all’Europa e movimenti politici presenti nei nostri Paesi che mettano a rischio e in discussione i valori delle nostre democrazie. E in Italia ne sappiamo qualcosa.

Dove ci vediamo in queste settimane

Nelle prossime settimane avremo molte occasioni per incontrarci, a cominciare da domani alla Festa nazionale del PD a Modena, dove alle 20 parteciperò alla presentazione del nuovo libro di Paolo Berizzi “L’educazione di un fascista” insieme a Dario Parrini e Giuditta Pini. Vi aspetto.

Mediterraneo: chiediamo che l’Europa non resti a guardare

Oggi con Pietro Bartolo e Massimiliano Smeriglio abbiamo inviato una lettera alla Commissaria Ylva Johansson, sottoscritta da 65 parlamentari, in cui chiediamo di fare tutto il possibile per rendere efficace quel meccanismo di ricollocamento volontario la cui inadeguatezza risulta spesso essere un alibi per non consentire a chi è appena stato salvato da un naufragio di sbarcare in un porto sicuro.

Denunciamo da tempo l’inumanità di quello che accade nel Mediterraneo nell’assenza di un meccanismo europeo di ricerca e salvataggio in mare e di una reale solidarietà europea. Abbiamo disperatamente bisogno di una risposta organica dell’UE, ma in queste settimane ci troveremo di fronte a un’emergenza rispetto alla quale non si può rimanere fermi ad aspettare. L’aumento delle partenze nella stagione estiva e la crisi legata alla pandemia di Covid-19 rendono necessario e urgente un impegno forte della Commissione e dei governi europei per evitare che si verifichino altre tragedie. Per questo crediamo che debba prevalere il senso di umanità e di responsabilità di tutti e che l’Europa debba dimostrare un cambio di passo e di atteggiamento anche in questo campo che si manifesti nel breve periodo nella gestione efficace e sostenibile dell’emergenza, e nel medio-lungo periodo in un profondo e strutturale cambiamento delle politiche europee.

Il rispetto della stessa Carta dei Diritti Fondamentali dell’UE ci impone di non poter considerare come luogo sicuro un paese, come è la Libia, in cui esiste un grave rischio di essere sottoposti alla pena di morte, alla tortura o ad altri trattamenti inumani e degradanti. Per questo non possiamo continuare ad essere complici e finanziatori di bande criminali a cui è stata messa addosso una divisa e che, come abbiamo visto in questi giorni, non hanno alcuno scrupolo. Tutto questo è incompatibile con la nostra idea di Europa e persino con lo stesso senso di umanità.

Europa: lo straordinario fatto politico e i problemi che è sciocco non vedere

Il Parlamento Europeo ha votato oggi una risoluzione importante che prende atto positivamente dell’accordo raggiunto, ma che non nasconde alcune preoccupazioni e pone alcune condizioni. Passata la giusta euforia, dopo un negoziato così lungo e faticoso, penso sia necessario provare ad andare oltre il grande passo avanti compiuto, e oltre la celebrazione (meritata) dei suoi protagonisti (a partire da Conte e i suoi ministri: bravi!).

L’accordo raggiunto in Consiglio è un grande fatto e il risultato negoziale può considerarsi un enorme successo (impensabile fino a qualche mese fa) sia per il nostro paese sia per chi in Europa da molti anni chiede e lavora per un netto cambio di rotta. La cifra messa in campo è forte e dalle dimensioni significative, ma soprattutto lega tutti noi a una risposta comune ed europea da dare a una crisi epocale. Non ci stanno “dando dei soldi”, non c’è un’entità terza che elargisce (generosa o frugale che sia) agli stati membri. Abbiamo invece deciso di emettere del debito comune europeo, facendo accettare così una risposta e un destino comune secondo il principio che nessuno si salva da solo.

Non è un dettaglio. Si tratta di un elemento di straordinaria novità che ribalta del tutto la logica su cui si era basata la risposta alla crisi del 2008. Questo dato (assolutamente innegabile) non deve però farci nascondere gli elementi non positivi e le sfide aperte che sono ancora in campo. Vediamo alcuni punti.

1) Se è vero che nel merito l’accordo rappresenta uno slancio nel percorso comune, è anche vero che lo schema nel quale si sviluppa rimane tutto intergovernativo, con una evidente e pericolosa marginalizzazione del metodo comunitario e del protagonismo delle istituzioni europee. È una marginalità a cui si può e si deve rimediare, a partire da un nuovo protagonismo del Parlamento Europeo.

2) L’oggetto principale dell’intesa, il Recovery Fund, ne esce rafforzato. Ma il Consiglio non ha agito con la stessa lungimiranza rispetto al quadro finanziario pluriennale (MFF, in pratica il bilancio comunitario pluriennale) per il quale viene approvata una cifra inferiore a quella proposta dalla Commissione Europea, e molto al di sotto di quanto richiesto dal Parlamento.

3) L’accordo raggiunto, per reperire le risorse, va a colpire degli aumenti proposti dalla Commissione a programmi importanti, penso ad esempio al Just Transition Fund, a EU4health, a Horizon, e questo rischia di rivelarsi pericoloso e controproducente. Per farla breve con un esempio: tutti parlano di centralità della questione ambientale ma i soldi, nell’ambito del MFF, sono diminuiti proprio su questo punto (e non parliamo della Cooperazione…). Certo, poi i singoli governi possono presentare dei piani che intervengono su questi temi. Ma possono anche non farlo.

4) La diversa proporzione tra grants (finanziamenti a fondo perduto) e prestiti, l’aumento dei “rebates” (sconti sui contributi da versare dagli Stati in surplus) e la definizione del cosiddetto “freno di emergenza” (per quanto attenuato rispetto a ipotesi iniziali), sono stati evidentemente prezzi da pagare per poter raggiungere il compromesso (ed è evidentemente più che comprensibile, ma inutile far finta di nulla).

5) Un altro prezzo da pagare ha riguardato la condizionalità sullo stato di diritto. La possibilità cioè di vincolare i fondi al rispetto dei valori fondamentali dell’Europa. Elemento purtroppo sparito dalla proposta finale, per evitare il dissenso di Orban, che ha incassato un enorme risultato. Cosa assai grave.

6) Rimane ancora poi troppo vago e confuso l’impegno sulle “risorse proprie” dell’UE che, giustamente, secondo la proposta della Commissione, sarebbero dovute essere l’architrave del Recovery Fund.Sono limiti che bisogna avere presenti sia perché in parte si può ancora rimediare, sia perché sbaglieremmo a ritenere conclusa la svolta europea visto che tante sono ancora le sfide che devono accompagnare una ripresa che punti a contrastare le conseguenze sociali della pandemia. Penso ad esempio alla necessità di rivedere profondamente le regole della governance economica, a partire da quel Patto di Stabilità e Crescita, sospeso in questo periodo difficile e che non si può pensare di riproporre così com’è alla fine dell’emergenza. Ma penso anche alla necessità, persino logica, di procedere verso un forte coordinamento delle politiche fiscali e, con esso, a un serio contenimento di quelle pratiche di dumping che sono un elemento pericolosissimo per la tenuta europea. Infine non credo si possa sottovalutare la preoccupazione sui “tempi”. I fondi in gran parte arriveranno dal 2021. Nella vita reale delle nostre comunità, perfino dopo. Se non si mette mano a processi di sburocratizzazione e innovazione (in particolare in Italia) questo vuol dire che per finanziare interventi anche importanti (di qualsiasi genere) per migliorare la vita delle città, le risorse, quelle di cui tanto si parla, saranno disponibili tra alcuni anni. E i problemi e le necessità non ci aspetteranno (per questo personalmente ritengo che si stia liquidando con troppa facilità la questione rappresentata dai fondi del MES: essi sono pronti subito. Se ne può fare ovviamente a meno, ma bisogna allora indicare come e attraverso quali leve).

Per concludere: abbiamo compiuto un ottimo passo avanti, pur coscienti dei prezzi che abbiamo dovuto pagare. Ma la strada che abbiamo da percorrere è molta. Ritengo sinceramente utile che la politica inizi a spiegarlo, prima di produrre una nuova stagione di delusioni e un clamoroso incasso postumo per i sovranisti che, Orban a parte, oggi espongono musi lunghi e imbarazzi di circostanza .

Non si esportino armi in Egitto

In questi giorni la commissione esteri del Parlamento europeo ha approvato l’emendamento sull’Egitto al Progetto di relazione sull’export di armi che ho presentato insieme ad Andrea Cozzolino, Maria Arena e Giuliano Pisapia. 

Questo il testo dell’emendamento:
“Si ribadisce l’appello agli Stati membri dell’Ue affinché diano seguito alle conclusioni del 21 agosto 2013 sull’Egitto che annunciano la sospensione delle licenze di esportazione di attrezzature che potrebbero essere usate a fini di repressione interna, in linea con la posizione comune 2008/944/PESC, e si condanna il mancato rispetto persistente di tali impegni da parte degli Stati membri dell’Ue. Li si invita pertanto a sospendere le esportazioni verso l’Egitto di armi, tecnologie di sorveglianza e altre attrezzature di sicurezza in grado di facilitare gli attacchi contro i difensori dei diritti umani e gli attivisti della società civile, anche sui social media, nonché qualsiasi altro tipo di repressione interna.
Si invita il vicepresidente/Alto rappresentante a riferire sullo stato attuale della cooperazione militare e di sicurezza degli Stati membri dell’Ue con l’Egitto, e si chiede che l’Unione dia piena attuazione ai controlli sulle esportazioni verso l’Egitto per quanto riguarda i beni che potrebbero essere utilizzati a fini repressivi o per infliggere torture o la pena capitale”.

Covid19: il Parlamento europeo faccia luce su quanto accaduto nelle strutture di cura a lungo termine.

Sono stati 88 in pochi giorni i colleghi dell’Europarlamento che hanno aderito all’impegno di fare tutto il possibile per far luce sulla tragedia nella tragedia delle morti da Covid19 nelle case di riposo, nelle case di cura e nelle strutture per disabili in tutta Europa, e per individuare le responsabilità e cambiare rotta. Qui il testo del nostro appello e le firme dei parlamentari che hanno aderito.