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Gli scomparsi delle migrazioni devono avere un nome

Esce in queste ore sull’Espresso, insieme a una approfondita intervista a Cristina Cattaneo che ne fatto la sua battaglia, il nostro appello come europarlamentari europei a lavorare per il riconoscimento delle persone migranti scomparse in mare. Qui il testo integrale del nostro appello:

“I morti delle migrazioni, le donne e gli uomini che hanno perso la vita nel corso di questi anni al largo delle nostre coste o nell’antro buio delle nostre foreste, non possono essere violentemente dimenticati e rimossi.

Le loro vite spezzate, i loro destini, le loro biografie interrotte non possono continuare ad essere considerate un incidente o un fastidioso impiccio di cui si è magari talvolta costretti a parlare, in ragione di un naufragio più o meno consistente o di una ricorrenza di una precedente tragedia.

L’opera di cancellazione a cui stiamo assistendo non è da nessun punto di vista accettabile.

Le istituzioni nazionali dei diversi Paesi europei (Italia compresa) che sul Mediterraneo si affacciano o che sono interessati dal viaggio che interessa queste donne e questi uomini, queste bambine e questi bambini, si sono mostrate sin qui palesemente inadeguate.

Ci si è abituati, in altre parole, molto rapidamente, a considerare il “cimitero più grande d’Europa”, quello che ha visto perdere la vita almeno ventimila persone in pochi anni, un ineluttabile aspetto della contemporaneità, e la cosa si è poi ripetuta nei luoghi dei confini terrestri.

Riteniamo, francamente, che non si possa proseguire su questa strada fatta di omissioni e sottovalutazioni.

Pensiamo che l’Europa, i governi europei, la comunità internazionale debbano mettersi all’opera perché non esistano “desaparecidos” della migrazione.

Perché questo sia possibile si deve seguire, tra gli altri, lo straordinario lavoro realizzato da Cristina Cattaneo e dal LABANOF, il Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense dell’Università degli Studi di Milano.

Quel team, frutto dell’ingegno, dell’ostinazione e del senso di utilità pubblica, ha infatti già dimostrato in tutti questi anni come sia possibile identificare gli scomparsi e ricostruire identità e biografie di chi viene trovato in mare senza vita.

Andare in quella direzione è allora doveroso nei confronti dei morti e forse ancora di più lo è nei confronti dei vivi.

Siamo infatti davanti al baratro del diritto e del senso di umanità.

Chi perde la vita cercando di raggiungere le coste europee, e potremmo  dire la stessa cosa per quel che accade nelle foreste bosniache o polacche, spesso viene trattato semplicemente come un numero che ingrossa le macabre statistiche dei decessi per le migrazioni.

Viene negato, perfino ai bordi d’Europa e nel nostro spazio geopolitico, il diritto al lutto e si ritiene che chi scompare non abbia affetti e legami. 

Così si voltano le spalle a quelle e a quelli (famigliari, amici, conoscenti) che cercano disperatamente informazioni, nel vuoto dei punti di riferimento istituzionali, fino a vedere realizzato magari l’esito addirittura paradossale dato dal fatto che si possano considerare decedute persone che magari vivono nascoste ai bordi delle nostre nazioni.

Possiamo continuare ad ignorare tutto ciò?

E’ una domanda che rivolgiamo alla stessa comunità internazionale, alle istituzioni europee, a quelle nazionali.

Ed è una domanda che risuona in modo ancora più potente e pesante in questi mesi, segnati dalle tante morti generate dalla pandemia. 

Si è infatti giustamente scritto e riflettuto molto sul senso di desolante solitudine vissuto, pure nei nostri Paesi occidentali, da chi ha perduto un proprio caro senza nemmeno poterlo assistere nelle sue ultime ore di vita. 

O si è anche, altrettanto correttamente, rivendicato il diritto a poter rivolgere l’ultimo saluto a chi non ce l’ha fatta, attraverso cerimonie solenni (e non riti terribilmente sbrigativi) limitati dalle ultime disposizioni in vigore.

Tutte questioni di straordinaria importanza e rilievo. 

Ebbene occorre ricordare che nel caso degli scomparsi durante le migrazioni non esiste nessun tipo di programma di carattere continentale o transnazionale che possa aiutare in modo sistematico chi è rimasto nella ricerca di chi non c’è più.

Il LABANOF, con il suo prezioso contributo di tutti questi anni, ed alcune esperienze della società civile, ci dimostrano tuttavia, che siamo di fronte alla possibilità concreta di dare vita ad un’azione globale per ricostruire le identità e le biografie e per non lasciare solo chi è alla ricerca.

Occuparsi di un aspetto tanto delicato e tanto dimenticato significa occuparsi di qualcosa di semplice ed enorme.

Il diritto a rintracciare le informazioni e a ricordare le persone”. 

Elenco primi firmatari (esponenti politici impegnati in Italia e in Europa di PD, M5S, altre formazioni)

Pietro Bartolo, Brando Benifei, Laura Boldrini, Fabio Massimo Castaldo, Laura Ferrara, Elisabetta Gualmini, Francesco Laforgia, Pierfrancesco Majorino, Alessandra Moretti, Rossella Muroni, Matteo Orfini, Erasmo Palazzotto, Sabrina Pignedoli, Giuliano Pisapia, Barbara Pollastrini, Lia Quartapelle, Elly Schlein, Massimiliano Smeriglio, Patrizia Toia