attivitàblog

Europa: lo straordinario fatto politico e i problemi che è sciocco non vedere

Il Parlamento Europeo ha votato oggi una risoluzione importante che prende atto positivamente dell’accordo raggiunto, ma che non nasconde alcune preoccupazioni e pone alcune condizioni. Passata la giusta euforia, dopo un negoziato così lungo e faticoso, penso sia necessario provare ad andare oltre il grande passo avanti compiuto, e oltre la celebrazione (meritata) dei suoi protagonisti (a partire da Conte e i suoi ministri: bravi!).

L’accordo raggiunto in Consiglio è un grande fatto e il risultato negoziale può considerarsi un enorme successo (impensabile fino a qualche mese fa) sia per il nostro paese sia per chi in Europa da molti anni chiede e lavora per un netto cambio di rotta. La cifra messa in campo è forte e dalle dimensioni significative, ma soprattutto lega tutti noi a una risposta comune ed europea da dare a una crisi epocale. Non ci stanno “dando dei soldi”, non c’è un’entità terza che elargisce (generosa o frugale che sia) agli stati membri. Abbiamo invece deciso di emettere del debito comune europeo, facendo accettare così una risposta e un destino comune secondo il principio che nessuno si salva da solo.

Non è un dettaglio. Si tratta di un elemento di straordinaria novità che ribalta del tutto la logica su cui si era basata la risposta alla crisi del 2008. Questo dato (assolutamente innegabile) non deve però farci nascondere gli elementi non positivi e le sfide aperte che sono ancora in campo. Vediamo alcuni punti.

1) Se è vero che nel merito l’accordo rappresenta uno slancio nel percorso comune, è anche vero che lo schema nel quale si sviluppa rimane tutto intergovernativo, con una evidente e pericolosa marginalizzazione del metodo comunitario e del protagonismo delle istituzioni europee. È una marginalità a cui si può e si deve rimediare, a partire da un nuovo protagonismo del Parlamento Europeo.

2) L’oggetto principale dell’intesa, il Recovery Fund, ne esce rafforzato. Ma il Consiglio non ha agito con la stessa lungimiranza rispetto al quadro finanziario pluriennale (MFF, in pratica il bilancio comunitario pluriennale) per il quale viene approvata una cifra inferiore a quella proposta dalla Commissione Europea, e molto al di sotto di quanto richiesto dal Parlamento.

3) L’accordo raggiunto, per reperire le risorse, va a colpire degli aumenti proposti dalla Commissione a programmi importanti, penso ad esempio al Just Transition Fund, a EU4health, a Horizon, e questo rischia di rivelarsi pericoloso e controproducente. Per farla breve con un esempio: tutti parlano di centralità della questione ambientale ma i soldi, nell’ambito del MFF, sono diminuiti proprio su questo punto (e non parliamo della Cooperazione…). Certo, poi i singoli governi possono presentare dei piani che intervengono su questi temi. Ma possono anche non farlo.

4) La diversa proporzione tra grants (finanziamenti a fondo perduto) e prestiti, l’aumento dei “rebates” (sconti sui contributi da versare dagli Stati in surplus) e la definizione del cosiddetto “freno di emergenza” (per quanto attenuato rispetto a ipotesi iniziali), sono stati evidentemente prezzi da pagare per poter raggiungere il compromesso (ed è evidentemente più che comprensibile, ma inutile far finta di nulla).

5) Un altro prezzo da pagare ha riguardato la condizionalità sullo stato di diritto. La possibilità cioè di vincolare i fondi al rispetto dei valori fondamentali dell’Europa. Elemento purtroppo sparito dalla proposta finale, per evitare il dissenso di Orban, che ha incassato un enorme risultato. Cosa assai grave.

6) Rimane ancora poi troppo vago e confuso l’impegno sulle “risorse proprie” dell’UE che, giustamente, secondo la proposta della Commissione, sarebbero dovute essere l’architrave del Recovery Fund.Sono limiti che bisogna avere presenti sia perché in parte si può ancora rimediare, sia perché sbaglieremmo a ritenere conclusa la svolta europea visto che tante sono ancora le sfide che devono accompagnare una ripresa che punti a contrastare le conseguenze sociali della pandemia. Penso ad esempio alla necessità di rivedere profondamente le regole della governance economica, a partire da quel Patto di Stabilità e Crescita, sospeso in questo periodo difficile e che non si può pensare di riproporre così com’è alla fine dell’emergenza. Ma penso anche alla necessità, persino logica, di procedere verso un forte coordinamento delle politiche fiscali e, con esso, a un serio contenimento di quelle pratiche di dumping che sono un elemento pericolosissimo per la tenuta europea. Infine non credo si possa sottovalutare la preoccupazione sui “tempi”. I fondi in gran parte arriveranno dal 2021. Nella vita reale delle nostre comunità, perfino dopo. Se non si mette mano a processi di sburocratizzazione e innovazione (in particolare in Italia) questo vuol dire che per finanziare interventi anche importanti (di qualsiasi genere) per migliorare la vita delle città, le risorse, quelle di cui tanto si parla, saranno disponibili tra alcuni anni. E i problemi e le necessità non ci aspetteranno (per questo personalmente ritengo che si stia liquidando con troppa facilità la questione rappresentata dai fondi del MES: essi sono pronti subito. Se ne può fare ovviamente a meno, ma bisogna allora indicare come e attraverso quali leve).

Per concludere: abbiamo compiuto un ottimo passo avanti, pur coscienti dei prezzi che abbiamo dovuto pagare. Ma la strada che abbiamo da percorrere è molta. Ritengo sinceramente utile che la politica inizi a spiegarlo, prima di produrre una nuova stagione di delusioni e un clamoroso incasso postumo per i sovranisti che, Orban a parte, oggi espongono musi lunghi e imbarazzi di circostanza .